AUXERRE

Fino a quella sera non avevo mai visto la morte. Avevo 10 anni ed ero una bambina felice e spensierata.  Tutto cambiò velocemente in una sera umida e afosa. In appena una manciata di minuti, scoprii quanto effimera e fragile sia la vita, come il mondo sia costantemente in lotta tra il bene e il male e che il bene non sempre trionfa. Mi resi conto come un essere umano possa decidere della vita e della morte di un altro essere umano in un secondo appena. Scoprii come la paura può stringerci nella sua stretta morsa e toglierci il respiro paralizzandoci completamente. Scoprii tutto questo guardando la morte in faccia.

Era l’estate del 1983. Papà mi aveva sorpresa con un viaggio a Parigi. Una settimana nella città delle luci, alla scoperta di una delle città più belle e romantiche del mondo, la città di Lady Oscar e del Tulipano Nero i miei cartoni animati preferiti. Nonostante la mia giovane età, ero già affascinata dalla Francia, dalla sua incredibile storia, dalla Rivoluzione Francese e Napoleone Bonaparte. L’emozione di poter camminare lungo i boulevards, di entrare nei palazzi reali dove avevano camminato i grandi della storia francese, mi toglieva quasi il respiro, tanto quanto il pensiero di poter passeggiare lungo la Senna, e attraversarne i suoi maestosi ponti, visitare la spettacolare Notre Dame e naturalmente salire in cima alla Tour Eiffel.  Non vedevo l’ora di partire, avevo preparato minuziosamente tutto il necessario, dedicando un’attenzione particolare alla guida turistica, un libretto tascabile ricco di informazioni, di fotografie e di descrizioni dettagliate e alla mia piccola macchina fotografica, una Kodak gialla e nera regalatami proprio per quell’occasione. 

Trascorremmo una settimana perfetta, immersi nella città dei miei sogni. La scoperta della gustosissima insalata niçoise, delle baguette lunghe un metro da portare rigorosamente pizzicate sotto il braccio, per non parlare delle brioche al burro per colazione.  Il giro al Mercato delle Pulci più grande d’Europa, la visita alla basilica del Sacre Coeur, la passeggiata tra gli artisti a Montmartre. Il lungo pomeriggio trascorso immersa nell’arte del Museo del Louvre. E poi, la metropolitana l’idea di poter viaggiare in un treno sotterraneo era quasi fantascienza per me. Ogni sera, sfinita dalla stanchezza, mi addormentavo felice fantasticando sui posti che avevo visitato e su quelli che avrei visto il giorno successivo. Non mancammo di visitare il Castello di Versailles con i suoi giardini eleganti nella loro colorata perfezione geometrica, e di cenare una sera al tramonto al ristorante panoramico della Tour Eiffel, dove ricordo di aver mangiato un’enorme bistecca accompagnata da un piatto stracolmo di pommes de terre fritte.  Non potevo chiedere di più dalla vita, avrei voluto fermare il tempo lì, a Parigi, per sempre. 

Come per tutte le cose belle, il giorno del nostro rientro arrivò troppo velocemente, portando con sè un’abbondante dose di tristezza. Appena inforcata l’autostrada che mi allontanava da Parigi, iniziai a sentire una densa malinconia riempirmi il cuore.  Facemmo un’ultima tappa a Fontainebleau per visitare una delle reggie più affascinanti del mondo. Trascorremmo un’altra giornata incantevole. Passeggiare nel suo immenso parco, con i suoi laghetti e ruscelli, mi riportò ai mondi delle fiabe che solo pochi anni prima popolavano le mie notti di bambina e la mia immaginazione.  Nel tardo pomeriggio, dopo aver consultato la cartina autostradale e la guida turistica ripartimmo alla volta di una piccola città, annidata nel cuore della Francia, dove ci saremmo fermati per la notte.  Partimmo alla volta di Auxerre.  

Arrivammo all’imbrunire. La città ci accolse freddamente; la guida la descriveva come un centro di storica importanza per la sua architettura medioevale e gotica. A vederla dal finestrino dell’auto mi parve una città austera, triste, senza vita, grigia come le sue imponenti mura di pietra. Pareva aggrapparsi ad una piccola collina, ma non in maniera aggrazziata o lieve, sembrava come avvinghiata. Era buia.  Una volta parcheggiata l’auto ai piedi del colle, in un grande piazzale davanti ad un ipermercato dalle luci al neon che funzionavano a intermittenza, una si e una no, ci incammninammo alla ricerca di un ristorante.  Eravamo tutti e tre esausti e affamati.  Ricordo ancora il caldo umido, il sudore che mi colava sulle tempie. Mi sentivo gli abiti appiccarsi alla pella umida ad ogni passo che facevo. Mamma mi teneva per mano strattonandomi quando la stanchezza rallentava la mia andatura. Iniziammo a percorrere delle stradine strette e buie che si inerpicavano contorcendosi e incrociandosi come in una matassa di fili aggrovigliati.  Le finestre delle case, dall’aspetto tetro e non accogliente, avevano le persiane socchiuse. Era una sera afosa e le luci delle cucine, gli odori e i rumori di posate e pentole filtravano tra le ante appena appoggiate, mescolandosi a fievoli voci di programmi televisivi o radiofonici. Tutto era così diverso, così lontano dall’elegante realtà parigina cosmopolita e vivace che avevamo appena lasciato.  

Vagammo disorientati per non so quanto tempo, passando da una viuzza all’altra.  Non c’era un’anima in giro. Negozi chiusi, nessun bar o ristorante, i pochi lampioni emanavano una luce pallida che allungava le nostre ombre, facendoci sembrare tre giganti dalle gambe magre e lunghissime.  Improvvisamente sentimmo forti rumori e delle voci che echeggiavano rimbalzando da un muro di un edificio all’altro, e poi urla e motori che raschiavano duramente l’aria densa di umidità. Papà ci disse di restare ferme dove eravamo, mentre lui sarebbe andato a controllare e s’incamminò lungo una ripida strada in discesa in direzione di quel vociare confuso. Mamma ed io restammo li’, appoggiate ad un muro scrostato, in quel vicolo stretto e appena illuminato da un unico e solitario lampione.  Faceva caldo, l’aria era ferma e avevo la bocca arsa dalla sete.  Fissavo i ciottoli che irregulari creavano un mosaico disordinato sul suolo, mi chiedevo quanti anni avessero, quanta gente li avesse calpestati tanto erano levigati e lucidi.  Cominciai a contarli uno ad uno, per tenere la mente occupata e non pensare al mio stomaco vuoto.  Alzavo a volte lo sguardo sull’arco di pietra che si apriva davanti a noi in una minuscola piazzetta, un cortile così buio e scuro da incutermi uno strano disagio claustrofobico che, una volta raggiunta la bocca del mio stomaco, si mischiava al languore della fame, creando un senso di nausea che mi faceva girare la testa e quasi barcollare.  

All’improvviso, una serie di scoppi che sembravano dei petardi mi destarono dalle mie fantasticherie. Continuarono per qualche secondo e poi calò il silenzio. Mamma ed io ci guardammo intorno, eravamo sole e uno strano silenzio incombeva pesante come l’afa di quella serata di fine agosto. Ad un tratto, un uomo imboccò la stradina correndo nella nostra direzione.  Dietro lo inseguiva un altro uomo, in uniforme, che ci passò davanti, agitando un manganello e urlando in francese “arretez vous, arretez vous”.  Con uno sguardo rapido ma serio ci fece cenno di restare immobili esattamente dove ci trovavamo. 

Entrambe gli uomini si infilarano sotto l’arco di pietra e entrarono nella minuscola piazzetta davanti a me. Cadde un silenzio quasi palpabile, e poi di nuovo quello stesso suono di scoppi, pop pop pop, ma questa volta erano vicini, più vicini, troppo vicini. Vidi uno dei due uomini barcollare sulle sue gambe e cadere a terra, senza emettere alcun suono a parte il tonfo sordo dell’impatto del suo corpo sull’acciottolato, il manganello ancora stretto in una mano. Una manciata di secondi dopo, l’altro uomo uscì dalla penombra dell’arco, comparendo alla luce pallida di quel lampione solitario. Era trafelato, sudato, aveva la camicia aperta sul petto, una grossa catena dorata gli pendeva dal collo. I pantaloni erano larghi e tenuti su da una cintura di pelle, sbiadita e spellata e troppo lunga per il suo corpo magro e ossuto. Ricordo i suoi occhi scuri, il suo volto incorniciato dai baffi, e dai pochi peli di una barba incolta trascurata chissà da quanti giorni. I suoi radi capelli neri appiccicati sulla nuca. Ci guardava dritto negli occhi e ci puntava una pistola al cuore. Mamma mi spostò lentamente dietro a se, stringedomi con entrambe le mani. Appoggiata alla sua schiena sentivo il suo respiro lento: non tremava, era ferma, immobile, muta. Sbirciando riuscivo a vedere gli occhi dell’uomo sempre fissi su quelli di mamma, la sua pistola, dalla canna di metallo argenteo, puntata al suo cuore. Non so quanti minuti passarono, per me fu come un’eternità. Non avevo paura, dietro a mamma mi sentivo al sicuro, la sua forza, la sua calma mi infondevano uno strano senso di protezione. Nel silenzio, percepivo il respiro di mamma e quello dell’uomo a due passi da me, l’odore agrodolce del suo sudore misto al dopobarba speziato mi irritava le narici e quasi sentivo il battito ritmico del suo cuore, o forse era il mio, tutto era così confuso.  L’uomo continuava a stare fermo davanti a noi, la pistola puntata al cuore di mamma.

Silenzio. Un’eternità.  Silenzio. Poi, senza dire niente, l’uomo, con un gesto lento, mantenendo sempre gli occhi fissi su di noi, si mise la pistola nei pantaloni, aggiustandosi la cintura per poi voltarsi e correre via, giù nel buio di quel vicolo, sparì come risucchiato dall’oscurità.  Mamma mi chiese di restare dove ero e andò a controllare le condizioni dell’altro uomo, quello in uniforme. Io invece la seguii. Lo trovammo supino, per terra, gli occhi chiari spalancati a fissare il vuoto della notte con uno sguardo di stupore e sgomento. Non respirava più, era morto, freddato da un proiettile penetrato dritto nel suo cuore. Non c’era sangue, solo un piccolo foro nella stoffa della sua uniforme di gendarme. Era morto così in una notte di fine agosto, ad appena 30 anni. Aveva i capelli rossi e le lentiggini. Non tornò mai più a casa dalla moglie e da suo figlio appena nato qualche giorno prima. Era morto. 

Nel giro di pochi minuti comparve un piccolo gruppo di avventori; mamma mi lasciò insieme ad una coppia che si era gentilmente offerta di aiutarci e, datomi un bacio, si incamminò verso la piazzetta buia accompagnata da un’altra donna. Qualcuno da una finestra urlò qualcosa, in francese, forse avevano chiamato la “polizia”.  Non capivo cosa stesse succedendo, non sapevo che cosa fare, che cosa sentire, che cosa pensare. Ero pietrificata e non riuscivo a muovermi.  Tutto quello che riuscivo a fare era respirare e fissare l’oscurità del vicolo che aveva ingoiato da appena pochi minuti quell’uomo e la sua pistola.  Avevo tanta sete, la mia bocca era asciutta.

“Dove sarà adesso quell’uomo? Sarà ancora lì nascosto in qualche androne buio a osservarci? O sarà ormai lontano?” – continuavo a domandarmi. Perchè non aveva sparato anche a noi? Perchè non ci ha uccise? Eravamo le uniche due testimoni presenti. Che cosa aveva da perdere? Niente, assolutamente niente. Perchè non ci ha sparato?” – Me lo sto chiedendo da 38 anni e non ho ancora trovato la risposta. Forse saranno stati la calma, il sangue freddo e lo sguardo forte e sicuro di mamma, forse aveva anche lui una moglie ed una figlia. O forse non era ancora arrivata la nostra ora. Non so. È per me inspiegabile che non abbia premuto quel grilletto. Sarebbe stato facile no? Due spari, solo due. Ma non lo fece, preferì scappare nella notte facendosi ingoiare dal buio.  

La Polizia arrivò a sirene spiegate insieme all’ambulanza. Papà ci raggiunse e dopo un breve interrogatorio, nel suo francese a spizzichi con un agente di polizia che non parlava italiano, ci permisero di andare via con la promessa che la mattina seguente ci saremmo recati al distretto di polizia per una deposizione. Vagammo spaventati per ore, nella notte scura, stravolti da stanchezza, ansia e paura con il cuore che palpitava nel petto e il sudore che colava sulla pelle.  Le poche luci di lampioni e le insegne pallide di negozi bruciavano nei miei occchi e i rumori lontani e sordi mi facevano sussultare. Avremo percorso gli stessi vicoli non so quante volte, ritrovandoci sempre da capo, mi sembrava di essere in un enorme labirinto. Cercavamo il piazzale dalle luci intermittenti, dove avevamo lasciato la nostra auto, ma con la mente invasa da un solo ed unico pensiero e dalla paura di essere inseguiti, non trovavamo via di uscita. Era come vivere in un incubo. Le ombre, ricordo le ombre, le nostre, quelle dei semafori, e delle auto parcheggiate a bordo strada. Ogni ombra era per me quell’uomo con la pistola in pugno. Camminavo stretta tra mamma e papà, un piede dopo l’altro, presa dal panico. Non piansi mai ne quella sera, ne quella notte e nemmeno i giorni seguenti. Ma qualcosa in me era cambiato.  Paura e ansia presero fissa dimora dentro di me destando una vulnerabilità viscerale.

Convivo con il ricordo vivido di quella notte. Con il passare degli anni si è assopito ma basta poco a risvegliarlo. Mi terrorizzano le armi da fuoco, detesto i petardi e i fuochi d’artificio, mi innervosisco ogni volta che si stappa una bottiglia di spumante.  Sono a disagio in posti bui, in vicoli stretti e quando sento il rombo di motori in lontananza un odore speziato di dopobarba misto a quello muschioso di umido e sudore, invade le mie narici, come in quella notte afosa.  Le ombre della notte spesso mi disorientano.

Quando ripenso a quell’episodio traumatico della mia infanzia è come se pensassi a qualcosa che non mi appartiene. Le rare volte che mi capita di ripercorre a quella sera nella mia mente mi sembra che sia un episodio a me estraneo, vissuto da altri, visto in un film o letto in un romanzo.  Mi sembra di rivedere tutto con un binocolo al contrario, tutto è così distante, piccolo.

Passò circa un mese e in una fresca e limpida domenica mattina di primo autunno, mentre sfogliavo con papà la sezione della cronaca cittadina del quotidiano La Stampa, aperto sul tavolo in cucina, il mio sguardò cadde su una foto, su un volto, su quel volto. Era lui, l’uomo con la pistola. Mi alzai di scatto rovesciando la sedia e rimasi immobile a fissare quella pagina. Il titolo dell’articolo, a caratteri larghi e neri, appariva annebbiato ai miei occhi increduli e a fatica riuscii a leggerne il contenuto: “Banda di delinquenti algerini, che aveva terrorizzato per settimane la valle centrale della Francia, commettendo rapine, furti, stupri e omicidi, è stata finalmente arrestata alle porte di Torino, qrazie alla strategica collaborazione dell’Interpol, e al supporto della Polizia di Stato italiana e francese.”  

Quell’intenso odore speziato invase le mie narici, il cuore iniziò a battere forte, il sangue sembrò circolare in senso contrario nelle mie vene e quasi svenni.  “Banda, arrestata? A Torino? Proprio qui, nella mia città?”  le parole mi uscirono dalla bocca in maniera sillabata – “ma allora quell’uomo ci stava cercando, era venuto a saldare il conto. Ma come poteva sapere dove abitiamo? Come è possibile?” – e poi iniziai a tremare.  

Papà mi prese per mano, mi portò nel suo studio, e mi spiegò tutto rassicurandomi che noi non c’entravano niente e che quell’arresto, avvenuto ad appena due passi da casa nostra, era solo una bizzarra coincidenza, un gioco del destino.

Oggi mi chiedo se sia stato tutto una bizzarra coincidenza, veramente un gioco del destino: esserci fermati in quella cittadina, quella notte di fino agosto, di esserci trovate mamma ed io da sole in quel vicolo, in quel preciso momento. Di essere state risparmiate dalla follia omicida di quell’uomo.   

D’ora in poi non mi chiederò più perchè l’uomo risparmiò le nostre vite, perchè a quella domanda so che non troverò mai risposta.  Piuttosto, proverò a pensare a quel lontano episodio della mia infanzia come un fatto accidentale e casuale, avvenuto nella mia vita in una calda e afosa sera di fine agosto 1983 ad Auxerre, nel cuore della Francia.

– Fine –


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