
La Ferramenta di Chiomonte
Secondo La leggenda di famiglia, sono stata concepita in una rustica baita di montagna e quasi nata lì. Forse è solo un mito, ma per ragioni che non so spiegare ho sempre sentito un legame speciale con quel posto: un misto di affetto e disagio che non si è mai del tutto dissolto.
Da bambina trascorrevo feste, estati e fine settimana tra le sue stanze, giocando sul pavimento del salone, spesso vicino a papà mentre armeggiava al suo banco da lavoro. I miei giocattoli e i suoi attrezzi si mescolavano in un caos creativo, sparsi a terra o in equilibrio su quel banco improvvisato.
A volte papà mi chiedeva di passargli il martello grande o il cacciavite a taglio con il manico rosso, altre volte quello giallo e tozzo con la punta a stella. Aiutarlo mi faceva sentire utile e, cosa più importante, felice.
Ricordo un’estate: avevo forse cinque o sei anni. Papà arrivò a casa con una cassetta degli attrezzi di metallo lucente, blu scuro, con una maniglia robusta. Il modo in cui si apriva era affascinante: sollevavi il manico e il coperchio si schiudeva rivelando una cascata di scomparti, alcuni larghi, altri stretti, e altri ancora così piccoli che non riuscivo a immaginare quali tesori potessero contenere.
Sul fondo c’era uno spazio riservato al martello, alla livella, al metro pieghevole e alle chiavi inglesi, tutti perfettamente allineati. Papà era orgoglioso di quella cassetta da lavoro e credo che ce l’abbia ancora oggi, riposta da qualche parte, forse a prendere polvere e ruggine su uno scaffale in garage, con le cerniere ormai cigolanti.
Quella cassetta blu ha vissuto una vita di lavoro, proprio come papà: piena di attrezzi, stracci, carta vetrata, qualsiasi cosa servisse per il fai-da-te. Quando si trattava dei suoi hobby, papà non lasciava mai nulla al caso.
Ogni progetto richiedeva un approccio nuovo e una serie diversa di strumenti. All’inizio papà li prendeva in prestito da vicini o amici, limitandosi a lavori semplici, da principiante. Ma con il tempo, quando le sue ambizioni iniziarono a crescere, capì che non bastava più.
Così nacque un nuovo rito: il pellegrinaggio al negozio di ferramenta.
Una mattina d’agosto, durante le sue tre settimane di ferie estive, papà annunciò che sarebbe andato in ferramenta, nel paese vicino: Chiomonte. Chiese a mamma se le servisse qualcosa dal droghiere e, non appena pronunciò le parole negozio di ferramenta, la mia curiosità prese il volo.

Cos’era una ferramenta? Quando glielo chiesi, papà sorrise e disse:
«È come un negozio di giocattoli per adulti.»
Mi bastò sentire quelle parole. Mi infilai le scarpe, presi Trudy — il mio piccolo orsacchiotto di peluche, compagno di mille giochi e avventure — e corsi verso la porta gridando:
«Dai, andiamo papà!»
Guidammo lentamente lungo la strada di montagna, nella nostra Fiat 127 verde scuro. Quindici minuti fino a Chiomonte. Amavo quel paesino per due motivi: il fornaio preparava le paste di meliga, i biscotti, il pane e la focaccia bianca più buoni di tutta la valle; e l’edicola aveva sempre i fumetti più recenti e le figurine che amavo collezionare.
All’epoca il mio mondo ruotava attorno a cibo, fumetti e figurine. Non sapevo ancora che avrei trovato un terzo motivo per amare Chiomonte.
Papà parcheggiò nella piazza grande, quella con il fontanone di granito che sputacchiava acqua gelida dalla bocca di un leone di bronzo. La piazza era incastrata tra due ripidi versanti e si affacciava su un profondo burrone.
Nonostante fosse piena estate, faceva freddo e un sottile strato di rugiada copriva i tetto di auto e case. Chiomonte, come scoprii poi, era posizionata nel punto più stretto e basso della valle, e il suo centro non vedeva mai il sole. In ogni stagione rimaneva in ombra. Ero contenta che mamma mi avesse infilato il golfino rosa tra le braccia prima di uscire. Le mamme ne sanno sempre una più del diavolo.
Scendemmo lungo il vicolo principale, scuro per via dell’ombra e dei massicci muri di pietra di case vecchie come il mondo. Mano nella mano con papà, Trudy stretto nell’altro braccio, mi distrassi subito: il profumo del pane appena sfornato usciva dalla porta socchiusa della panetteria; le copertine lucide dell’edicola mi attiravano come calamite; i motorini rombavano e i bambini ridevano rincorrendo un pallone rattoppato.
Mi ero già dimenticata di dove stessimo andando. La mia testa era piena di biscotti, altalene e supereroi, finché la mano sicura di papà mi riportò all’obiettivo. Avevamo una missione, dopotutto.
Quando arrivammo davanti alla ferramenta, l’entusiasmo svanì. In vetrina c’erano solo cose grigie e pratiche. Niente giocattoli. Quasi mi rifiutai di entrare, ma papà mi accompagnò delicatamente oltre la porta, mentre una minuscola campanella appesa a un nastrino rosso tintinnava sopra di me.

All’interno c’erano scaffali e banconi di legno tarlato, stracolmi di oggetti per me misteriosi. L’aria aveva un odore acro di olio e polvere. Il proprietario, un uomo anziano in jeans sbiaditi e camicia di flanella a scacchi, apparve dietro il banco con una matita infilata dietro l’orecchio destro e gli occhiali appannati in bilico sul naso rubizzo.
Lui e papà si salutarono e iniziarono subito a parlare nel loro dialetto vivace. Le voci salivano e scendevano, intervallate da risate improvvise. Non capivo di cosa stessero parlando e, a prima vista, nulla in quel negozio mi sembrava meritare tanto entusiasmo.
Lasciata sola, mi sedetti su uno sgabello traballante e iniziai a osservare. Il pavimento era antichissimo, scricchiolante: assi larghe e segnate, piene di graffi e buchi misteriosi, rosicchiate forse dai topi o semplicemente dal tempo. Guardavo il pavimento e poi il volto e le mani del signore dietro il banco. Mi sembrarono della stessa età. Anche la sua pelle pareva scolpita dai tarli e dagli anni.
Mi accorsi presto che era un pavimento musicale. Ogni passo produceva una nota diversa e, con l’arrivo di altri clienti, il negozio si riempì di una sinfonia bizzarra. Felice, saltavo da una tavola all’altra componendo melodie con i piedi.
Accompagnata da queste sinfonie iniziai a esplorare. Mi ritrovai circondata da scaffali altissimi e armadi pieni di cassetti. Ovunque guardassi, utensili di ogni dimensione immaginabile, ognuno con il proprio segreto. Cassetti socchiusi traboccavano di bulloni e viti; fili e cavi pendevano dalle pareti; assi di legno profumavano ancora di resina di pino.

Toccavo tutto con dita curiose. Più guardavo, più gli oggetti sembravano moltiplicarsi, finché la mia testa iniziò a girare.
Col tempo imparai a vedere la ferramenta con gli occhi di papà. Non era solo un posto dove comprare attrezzi: era davvero un piccolo parco giochi per stimolare la creatività, un santuario di sogni da costruire e riparare.
Nel corso degli anni, quando lo accompagnavo nelle sue missioni in ferramenta, papà mi chiedeva di cercare una chiave inglese o di insacchettare una manciata di viti, e insieme giravamo tra i corridoi, condividendo idee e possibilità. L’odore del legno e della segatura, il clangore del metallo, il peso freddo di un cacciavite in mano: tutto questo diventò parte del nostro linguaggio. La colla del nostro rapporto.
Ripensandoci ora, non sono quella cassetta blu di metallo o i progetti di fai-da te a essere i ricordi più preziosi. È la gioia tranquilla di quei momenti semplici, fianco a fianco con papà, nel negozio di ferramenta a Chiomonte.
Ancora oggi, quel ricordo mi scalda il cuore e mi ricorda che i luoghi più ordinari possono custodire l’amore più straordinario.

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