ROASTED CHESTNUTS

To My Mother, Silent Root Of Every Return.

CALDARROSTE

A mia mamma, radice silenziosa di ogni ritorno.

Il primo vero freddo della stagione si era posato sulla città, di quel freddo che fa vedere il respiro sotto la luce dei lampioni.  Era la fine di novembre, a Torino.  L’aria profumava di pietra fredda, e legna bruciata nei camini.  Camminavo avvolta in un cappotto di lana di alpaca, l’avevo rubato dall’armadio di mamma.  Era un cappottone marrone a larghe strisce arancioni, con un cappuccio a cono, chiuso da tre grandi bottoni rotondi rosso scuro talmente larghi da sembrare tre frisbee.  Era lungo, caldo e mi copriva fino alle caviglie.  Camminavo, con le mani affondate in due profonde tasche, nel tentativo di tenerle calde, avevo dimenticato i guanti, quella mattina ero uscita di fretta per andare a lezione, all’università.

Era uno di quei pomeriggi dal cielo velato, nell’ora in cui la luce si fa ambrata, e nell’aria di tardo autunno già fattasi frizzante si iniziava a percepire il primo odore di neve.  Camminavo sotto i portici di Piazza Castello, la borsa a tracolla mi pesava sulla spalla, piena com’era di libri e quaderni straripanti di appunti.  Forse era arrivato il momento di archiviare la borsa di pelle e comprare uno zaino, più pratico e capiente. 

Camminavo e guardavo le vetrine, alcune già vestite a festa con qualche luce e decorazione natalizia. Mi facevo largo tra altri passanti che, come me, sembravano non avere una destinazione, ma seguivano un percorso quasi per istinto, senza fretta.

Una leggera nebbia saliva lenta avvolgendo i portici, il rumore dei tram e i motori delle auto risuonava ovattato. Passando davanti alla vetrina di Baratti e Milano, una caffetteria d’antan, le mie narici vennero risvegliate dal profumo di caffè e cioccolata calda mentre i miei occhi  saltavano da un pasticcino all’altra per poi soffermarsi su eleganti vassoi di marron glacé, le castagne candite di cui mia mamma andava ghiotta.  Pensai di portargliene uno a casa, una sorpresa per addolcirle la serata. Stavo per entrare, il piede, appena appoggiato sull’uscio, toccava la cornice dell’effige sabauda, quella che dichiarava con orgoglio “Dal 1875”, quando qualcosa mi distrasse.

Poco più avanti, quasi a interrompere quell’eleganza composta, arrivò un altro profumo. Meno raffinato ma più profondo. Un profumo di brace, forte e familiare, che mi fece cambiare direzione senza che me ne accorgessi.

Il carretto delle caldarroste era lì, all’angolo della piazza, sotto i portici, come se fosse sempre stato parte del paesaggio. In quel punto preciso della piazza, lo stesso che ricordavo da bambina. Il venditore, con le mani nere di carbone, mescolava e saltava le castagne in una padella forata, un movimento ritmico e senza sosta. Il fumo si alzava lento, confondendosi con la nebbia che pian piano avvolgeva la piazza, e per un istante la città sembrò trattenere il respiro. Come me.

Mi avvicinai d’istinto, infilando una mano nella tasca del cappotto in cerca di qualche moneta. Quando il cartoccio di carta di giornale, una pagina strappata da un’edizione della Stampa di chissà quando, finì tra le mie dita, il calore attraversò il foglio accartocciato e mi scaldò i palmi intorpiditi dal freddo. Era un calore semplice e rassicurante.

Rimasi lì, ferma, respirando quel profumo che sapeva di inverno, con le mani strette attorno al cartoccio come a un piccolo rifugio. Le caldarroste che scrocchiavano tra le mie dita.

E fu in quell’istante, in quell’angolo barocco, a pochi passi dal centro, circondata dal traffico e dal via e vai incessante di passanti, che riconobbi qualcosa che mi apparteneva da sempre. Le caldarroste non erano solo un modo per scaldarmi. Erano il filo sottile che mi teneva legata a questa città, alle sue stagioni, a una Torino che continuava a vivere in me, anche quando non me ne accorgevo.


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